La genesi del sovraccarico: quando ci sentiamo obbligati a rispondere a tutto.

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Una riflessione nata dall’omologazione diffusa del dibattito sull’Odissea di Nolan e dalla nostra difficoltà a scegliere a cosa concedere attenzione

Cosa troverai in questo articolo:

 

| Il fenomeno Odissea e il bisogno di partecipare

In questo periodo siamo bombardati da opinioni, sinossi, discussioni, pensieri e parole sul film Odissey di Nolan.

Potevo anche non scriverlo esplicitamente: è ovunque. Tutti possono rendersene conto facilmente.

E ovunque assistiamo a questo forsennato bisogno di dire la propria. I social e il web immediatamente si trasformano nel bar sotto casa o nei circoli di aggregazione dove ci si scambia, a suon di battute, toni di voce peculiari e registri lessicali diversificati, quella che è a tutti gli effetti “l’opinione”, personale o non personale che sia.

È una competizione da cortile, laddove ognuno cerca di trovare l’angolazione più figa da cui esporre l’opinione o dire la propria sul tema, senza rendersi conto che forse non esiste un’angolazione migliore da cui guardarlo.

E io che parlo di miti e di grecità, mi sento quasi in scacco in questo scenario.

Ti verrebbe da chiedermi, caro lettore o cara lettrice:

Perché non scrivi nulla? Perché non ne parli? Perché non cavalchi l’onda?

Il primo motivo per cui non lo faccio è questo: quando c’è troppo rumore, anche la voce più soave non viene captata.

Succede anche in ingegneria.

Nella teoria dei segnali, un segnale non lo individui bene se c’è troppo rumore e disturbo nella forma d’onda.

Per cui mi chiedo a un certo punto: come può emergere il mio personalissimo punto di vista su ciò che possono regalarci l’Odissea in particolare, ma anche la grecità in generale, in questo mare di chiacchiere?

Il secondo motivo è che nutro troppo rispetto per un’opera del genere per degradarla a chiacchiere di strada come sento che si sta facendo in questo periodo.

Inoltre, ma perché c’è bisogno per forza di avere un’opinione?

La trasposizione di Nolan è appunto una trasposizione e come tale dovrebbe essere approcciata.

| Quando l’attenzione diventa sovraccarico

Ed è qui che parte la coach mitologica che c’è in me.

Perché ora ti dirò le due domande chiave da farsi in casi come questi:

  • Perché sentiamo sempre il bisogno di aggiungere qualcosa?
  • Perché davanti a qualsiasi fenomeno collettivo proviamo l’urgenza di partecipare alla conversazione?

Di dire la nostra.

Di schierarci.

Di produrre un contenuto.

Di pubblicare un post.

Di commentare.

Di dimostrare che anche noi ci siamo.

Tutto ciò mi colpisce perché somiglia molto a ciò che vedo ogni giorno nelle persone sovraccariche. Perché non è sempre il “troppo fare” a stancarle, ma è il rispondere alle mille richieste, alle aspettative, alle conversazioni.

Come se ogni stimolo proveniente dall’esterno richiedesse necessariamente una risposta, come se il silenzio fosse una colpa, come se non dire nulla equivalesse a non esistere..

In fondo il problema non è che tutti parlano dell’Odissea.

Forse il problema è che abbiamo smesso di concederci il diritto di non partecipare, questo benedetto diritto all’oblio.

In fondo la lezione più attuale che traggo da tutta questa valanga mediatica non riguarda l’Odissea in sé, ma la capacità di distinguere ciò che merita la nostra attenzione da ciò che la reclama soltanto.

La nostra epoca, purtroppo, non è affamata di opinioni.

È affamata di attenzione.

Di dopamina.

Come ci ricorda Anna Lembke nel suo famosissimo libro “L’era della Dopamina” che ti consiglio di leggere assolutamente. Lo trovi qui.

E l’attenzione è una risorsa limitata esattamente come il tempo.

Ogni volta che la regaliamo a qualcosa o a qualcuno, la sottraiamo inevitabilmente a qualcos’altro o, attenzione che questa affermazione può risvegliarti dal torpore, a qualcun’altro.

| Perchè ci sentiamo obbligati a rispondere a tutto.

A questo che ti ho appena detto si aggiunge il fatto che abbiamo progressivamente disimparato a stare nel silenzio delle reazioni, come se ogni stimolo che arriva dall’esterno pretendesse per forza una risposta.

Ma perché abbiamo così tanta difficoltà a concederci il lusso di osservare, riflettere e magari non dire nulla?

Siamo ben lontani dall’incarnare il detto di Ludwig Wittgenstein:

“Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere.”

Ed è curioso perché, osservando le persone che vivono in una condizione di costante sovraccarico, vedo spesso lo stesso schema. Non sono sommerse soltanto dalle attività, sono sommerse dalle sollecitazioni.

Familiari.

Lavorative.

Relazionali.

Da tutto ciò che reclama la loro attenzione o richiede una risposta.

Io dico questo: non tutto ciò che fa rumore o che ci chiama all’azione merita spazio nella nostra mente.

Ogni frase dentro di noi del tipo:

  • devo rispondere;
  • devo commentare;
  • devo esprimermi;
  • devo prendere posizione;
  • devo partecipare;
  • devo dire la mia;

somiglia molto a queste:

  • devo aiutare;
  • devo accettare;
  • devo esserci;
  • devo dire sì.

In fondo è lo stesso meccanismo contorto che ci porta a soccombere senza chiederci se è qualcosa che ci importa veramente oppure no.

| Le Sirene moderne e il rumore

Bene. Compreso questo, come uscirne?

Non rispondendo a quella chiamata contorta, ovviamente.

Ma come si fa?

Come sempre, la soluzione è chiedersi il perché delle cose e soprattutto chiedersi dove vuoi andare veramente.

Il problema del rumore non è il rumore stesso.

Il problema è che smettiamo di distinguere ciò che è nostro da ciò che appartiene a qualcun altro.

Purtroppo c’è il richiamo delle Sirene che ti attrae e non senti più nulla. Ti fa perdere la retta via. Il richiamo si svia solo chiedendoti:

quali sono i miei principi?

quali sono i miei valori?

La risposta a queste due domande puoi saperla soltanto tu. Per questo fare pulizia e ridefinire la rotta verso dove vuoi andare è il primo passo.

Poi si definisce la strategia.

Ma se non conosci bene la tua visione e ciò che ti importa veramente, non puoi costruire una strada adatta per arrivarci.

| Scegliere la propria Itaca

Quello che inizio a fare con le persone che mi illustrano un problema correlato a un evidente sovraccarico è partire proprio da loro stesse.

La bussola puoi direzionarla solo tu.

E solo tu puoi far sparire quel rumore di fondo.

L’Odissea, in fin dei conti, non è solo la storia di un uomo che naviga.

È la storia di un uomo che sa dove tornare, ha in testa un fosus incredibile e un mindset strepitoso.

Ha una visione chiara e su quella basa tutte le sue scelte, sagge o dissolute, giuste o sbagliate che siano.

Ogni prova che incontra ha senso perché esiste una direzione, non perchè sia sempre giusta

Noi, invece, passiamo gran parte del nostro tempo a remare verso destinazioni che non abbiamo scelto.

Per abitudine, per paura, guidati dalla dopamina, probabilmente.

E alla fine si tratta sempre delle aspettative di qualcun altro.

Delle urgenze di qualcun altro.

Delle opinioni di qualcun altro.

E così qualunque richiamo diventa importante.

Qualunque notifica sembra urgente.

Qualunque conversazione sembra doverci coinvolgere.

Qualunque richiesta sembra meritare una risposta.

Ma invece, prova per un momento ad immaginare una tua Itaca in cui:

  • non devi partecipare a ogni dibattito;
  • non devi avere sempre un’opinione
  • non devi essere sempre disponibile;
  • non devi essere sempre produttiva;
  • non devi trasformare ogni interesse in un contenuto;
  • non devi giustificare ogni silenzio.

Sostengo questo:

Il contrario del sovraccarico non è il vuoto. Il contrario è scegliere.

Scegliere consapevolmente, direzionando le azioni verso i tuoi scopi più profondi, senza deviazioni di sorta.

Mi rimetto pertanto a ciò che diceva Aristotele:

L’uomo libero è colui che è libero nelle proprie opinioni come effetto collaterale di essere libero di gestire il proprio tempo.

 

C’è bisogno di un luogo interiore da cui decidere a cosa dire sì e a cosa dire no.

Se vuoi iniziare a farlo, ti consiglio di scaricare la mia guida gratuita.

La trovi QUI.

 

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